Browse By

Guru Gobind Singh Ji

Le attività di quest’uomo straordinario sono così svariate e così tante che è estremamente difficile decidere una cosa in particolare per la quale esprimere la sua fama. Egli era un leader e al tempo stesso un profeta, un poeta e uno studioso, un guerriero intrepido nei momenti di pericolo e il più amabile nei giorni di pace, il più altruista in tutto ciò che faceva. É considerato il principe dei martiri, le cui gesta ispirarono i Khalsa a cercare la corona del martirio.

Guru Gobind Singh Ji nacque a Patna (Bihar, India) il 23 Poh, 1723 Bikrami equivalente all’anno 1666. Suo padre, Guru Tegh Bahadur Ji, non era presente il giorno della sua apparizione perché impegnato a fare visita alle popolazioni del luogo per dare la sua benedizione.

La sua infanzia fu molto difficile, a soli nove anni di età rimase orfano perché suo padre dovette sacrificarsi per proteggere la fede indù. La campagna di Aurangzeb, di conversione forzata all’Islam di tutti gli indù e i Sikh, era in pieno svolgimento. Un regno di terrore prevaleva in tutta l’India. La potenza dei Moghul sembrava dominare ovunque e dopo il martirio di Guru Tegh Bahadur Ji a Delhi i governanti musulmani pensavano che il problema della conversione fosse risolto. Il Panjab, sede dell’audace fede Sikh, fu comunque la zona più difficile da espugnare. Guru Gobind Singh Ji svolse un ruolo fondamentale nella resistenza del Khalsa alle atrocità musulmane.

Come Guru Ji egli prestò molta attenzione alla padronanza delle abilità sia fisiche sia letterarie. Aveva un talento naturale per le composizioni poetiche e i suoi primi anni furono dediti assiduamente a questo. Egli, con questi scritti, infondeva nello spirito dei suoi seguaci la forza di resistere e replicare alle oppressioni dei tiranni con coraggio ed è per questo che il Khalsa riusciva sempre ad avere la meglio in tutte le battaglie che combatteva. Durante il suo soggiorno a Paonta, Guru Gobind Singh Ji si servì del suo tempo libero per esercitarsi nelle varie forme marziali. La sua crescente influenza sulla gente incrementò la gelosia dei rivali Moghul che con Raja Fateh e Chand Garhval attaccarono i Sikh a Bhanga, circa dieci chilometri da Paonta, ma uscirono sconfitti da questa battaglia.

Prima di lasciare Paonta nel 1699, Guru Gobind Singh Ji radunò un gran numero di persone, uomini e donne, e gli diede l’Amrit, offrendo loro una nuova identità e soprannominò i Sikh maschi Singh, e le donne Kaur. A questi Sikh fu richiesto di portare sempre con sé i cinque simboli del Khalsa, tutti che iniziano con la lettera K; KeshKanghaKaraKirpan e Kachera. Guru Gobind Singh Ji incoraggiò i Sikh a soccorrere i poveri e combattere gli oppressori, avere fede in un unico Dio e considerare tutti gli esseri umani uguali, indipendentemente dalle caste e dalla dottrina religiosa. Il Guru Ji stesso, ricevette il rito di battesimo dai “cinque beniamini”, così l’autorità delKhalsa battezzò il proprio Maestro. Molti poeti recitano “Gobind Singh, maestro e discepolo allo stesso tempo” un’azione mai registrata fino allora da parte di un’entità così elevata.Chi apparteneva alKhalsa giurava di superare tutte le prove per la loro fede, fare tutti i sacrifici immaginabili per la libertà di tutti gli esseri e per la loro elevazione completa.

I sovrani Moghul, che faticavano a tenere sotto controllo i Sikh, s’irritarono molto di fronte a questa propaganda d’emancipazione. Decisero di unirsi ai Re indù per attaccare il Guru Ji e il suo amato Khalsa.

La roccaforte di Anandpur, sede del Guru Ji, fu attaccata e circondata dalle truppe imperiali. L’assedio durò molto a lungo, i nemici cercarono in continuazione di assalire la roccaforte ma i Sikh riuscirono a difendersi con coraggio. Le truppe dell’imperatore avevano completamente bloccato qualsiasi contatto esterno della fortezza, di conseguenza i viveri all’interno della rocca, cominciarono a scarseggiare. I Sikh cercarono di sopravvivere mangiando le foglie degli alberi ma i loro corpi iniziarono a mostrare evidenti segni d’indebolimento. Il perdurare dell’assedio cominciava a divenire pesante anche per l’imperatore Aurangzeb che cercò di aggirare i Sikh per farli uscire dalla fortezza. Inviò una lettera al Guru Ji nella quale scrisse che giurava sul Corano che avrebbe ritirato le proprie truppe se egli avesse abbandonato Anandpur. Guru Gobind Singh Ji sapeva che quella era solo una trappola e quindi decise di non uscire dalla fortezza. I Sikh invece, stanchi di quella prigionia, videro quella lettera come una salvezza e cercarono in tutti i modi di convincere il Guru Ji a uscire. Anche la madre del Guru Ji, Mata Gujri Ji, cercò di convincere il figlio ad ascoltare i Sikh e accettare l’offerta dell’imperatore. Dopo il continuo insistere da parte di tutti il Guru Ji decise di lasciare la fortezza.

Ben presto le parole del Guru Ji si avverarono. L’imperatore, infrangendo il giuramento, ordinò alle sue truppe di attaccare i Sikh e così prese luogo una feroce battaglia sulle rive del fiume Sarsa, nella quale la famiglia del Guru ji si disperse.

Mata Gujri Ji e i due figli minori del Guru, Sahibzada Zorawar Singh Ji e Fateh Singh Ji si allontanarono in un villaggio vicino. Guru Gobind Singh Ji, con alcuni Sikh e i due figli più grandi, raggiunse il villaggio di Chamkor, dove si scontrò nuovamente con le forze Moghul. Il figlio maggiore, Sahibzada Ajit Singh Ji, ad appena diciotto anni, si batté con grande ardore fino a raggiungere il martirio. Mentre il Guru vedeva il proprio figlio perdere la vita, fu raggiunto daSahibzada Jhujhar Singh Ji, fratello minore di Sahibzada Ajit Singh Ji, che a soli quattordici anni chiedeva di combattere. Guru Gobind Singh Ji felice della richiesta del figlio lo mandò ad affrontare il nemico. Anch’egli dopo aver combattuto come un leone raggiunse il martirio.

Accanto al Guru erano rimasti pochi Sikh che gli imposero di abbandonare la battaglia. Guru Gobind Singh Ji non poteva rifiutare l’ordine del suo amato Khalsa e così accettò il loro volere e lasciò il campo di battaglia.

Il Guru Ji raggiunse la foresta di Macchivara e si fermò lì per qualche giorno. Nel frattempo i Moghul irritati dal fatto che, pur avendo perso numerosi soldati in battaglia non erano riusciti a sconfiggere Guru Gobind Singh Ji, iniziarono a incendiare tutti i villaggi dai Sikh. Quando il Guru Ji venne a sapere di queste distruzioni, si diresse nell’arida città di Khidrana per fermare queste atrocità.

guru_gobind_singh3

Guru Gobind Singh Ji

Nel frattempo alcuni Sikh di Amritsar, che avevano abbandonato il Guru Ji, mettendo per iscritto che non erano più i suoi Sikh per paura della morte durante l’assedio della fortezza d’Anandpur, pentiti della loro scelta volevano raggiungere il Guru Ji per farsi perdonare. Arrivarono a Khidrana, nei pressi di un lago, prima dell’arrivo di Guru Ji e iniziarono a combattere contro il nemico. Le truppe Moghul iniziarono ad accusare il caldo torrido, tipico della zona, e presto dovettero ritirarsi.

Quando il Guru Ji raggiunse il campo di battaglia, vide che lo scontro era terminato e molti dei suoi Sikh giacevano al suolo senza forze. Raggiunse un suo soldato, Bhai Maha Singh, che stava per morire e gli chiese se aveva qualche desiderio da esprimere. Il Sikh gli rispose che sarebbe stato contente se il Guru Ji avesse strappato la lettera su cui lui e altri Sikh, dichiaravano che non sarebbero più stati suoi discepoli e che non lo avrebbero più accettato come loro Guru. Così Guru Gobind Singh Ji estraendo quella lettera lo strappò agli occhi di un soddisfatto Maha Singh che poté lasciare in pace il proprio corpo. Il Guru Ji dopo aver celebrato i funerali di tutti i soldati caduti in battaglia. Era calata la notte, e la battagia del giorno si concluse, erano rimasti 1 dozina di Khalsa inseme al Guru Ji e fu fatta una riunione all’interno del castello. Era stata presa la decisione che Guru ji doveva lasciare il castello. Il guru ji era come quel giardiniere che poteva far rifiorire quel giardino che era stata distrutta dai venti del male. Il sacrificio di Guru ji era inutile in quel momento. Guru ji rifiutò di accetare la richiesta dei Sikh. Dopo tante richieste Guru Ji accetò di lasciare il castello, pose una condizione. Guru ji disse che non andrà via nascondendosi dagli nemici, per esaudire la richiesta i Sikh iniziarono a suonare i tamburi della guerra. Immediatamente il nemico corse per preparasi per la guerra. Guru ji salì su una collina e applaudi 3 volte dicendo “peere hind me ravad (il profetà dell’india sta andando)”. Il nemico attacò il castello per fermare il Guru ji ma era troppo tardi. I sikh che erano rimasti dentro il castello hanno combattuto valorosamente e raggiunsero il martirio. Intanto Il Guru Ji prese la strada per Dina, un villaggio vicino. Qui scrisse lo Zafarnamah, all’imperatore Aurangzeb. In questa missiva egli confermava la grandezza del Signore affermando: “Lui è l’unico eterno, immagine della pietà e sempre pronto a perdonare; è Lui a sostenere le persone che non hanno nulla; è Lui a tenere vivo l’universo; noi dobbiamo semplicemente accettare il Suo volere”.

Nella lettera gli contestava poi il fatto di non aver dato alcuna importanza ai giuramenti fatti da lui stesso e dai suoi generali sul Corano e attaccato ugualmente i Sikh, dimostrandosi palesemente ipocrita. Sapendo di attaccare quaranta uomini affamati, e armati solamente di spade, con un esercito di centomila soldati, si era dimostrato vigliacco e disonesto. E continuava: “L’offensiva ti costò migliaia di soldati; neanche quell’immenso esercito bastò per ucciderci e dar soddisfazione al tuo desiderio di vedermi catturato; il Signore mi salvò tra milioni di soldati decisi a uccidermi; non m’importa che i miei figli siano stati uccisi dai tuoi uomini, perché il mio valoroso Khalsa, diventa ogni giorno più potente; tu hai molta fiducia nel tuo esercito, noi invece abbiamo fiducia nella vittoria del Signore, quindi nessun nemico mi torcerà un capello”.Man mano che Aurangzeb leggeva queste forti parole, esse sortivano un effetto nel suo cuore. Un effetto insperato che solo la grazia del Guru Ji poteva permettere. Le sue parole lo fecero riflettere sulle sue azioni e questo determinò in lui un grande cambiamento. Si era reso conto di aver sbagliato. Aurangzeb rispose alla lettera del Guru Ji, era così bella e così vera che voleva ringraziarlo. La missiva però arrivò a destinazione molto tempo dopo. Nel frattempo il Guru Ji si era recato a Sabbo Ki Talvandi e lì aveva riscritto il Guru Granth Sahib, aggiungendo le lodi recitate da suo padre, Guru Tegh Bahadur Ji.

Quando ricevette la lettera di Aurangzeb, lesse del suo pentimento e del desiderio di vederlo, ma essendo malato non poteva raggiungerlo. Chiedeva, infatti, che fosse il Guru Ji ad andare a visitarlo. Guru Gobind Singh Ji appena lesse tutto ciò partì immediatamente con alcuni suoi fedeli, ma un suo Sikh lo informò che Aurangzeb era morto.

Dopo la morte di Aurangzeb il figlio minore, Tara Azam, approfittandone della lontananza del maggiore, Muazzam, si era auto-proclamato successore. Quando il fratello maggiore seppe della morte del padre, ritornò a Delhi. Quando apprese dell’auto-successione del fratello, s’infuriò molto e decise di affrontarlo in battaglia, ma sapendo di avere con sé un ridotto numero di soldati, cambiò idea attendendo tempi migliori. Gli venne, infatti, l’idea di rivolgersi a Guru Gobind Singh Ji.

Il Guru Ji non aveva preferenze per l’uno o l’altro, desiderava soltanto che il nuovo imperatore fosse finalmente una persona con il cuore tenero e davvero fedele ai dettami della religione musulmana. Queste caratteristiche le intravide in Muazzam, perciò si avvio a Delhi in suo aiuto. Quando il Guru Ji arrivò a Delhi, Muazzam dichiarò guerra al fratello e vi fu uno scontro durissimo nel quale Guru Gobind Singh Ji uccise Tara Azam e la vittoria andò al fratello maggiore. Muazzam, divenne nuovo imperatore, e nel giorno dell’incoronazione fece cambiare il suo nome in Bahadar Shah dichiarando capitale dell’impero la città di Agra, proprio dove si stava svolgendo la cerimonia. Per la festa invitò anche Guru Gobind Singh Ji per il suo provvidenziale aiuto. Bahadar Shah domandò al Guru Ji cosa poteva offrirgli come segno di gratitudine. Guru Gobind Singh Ji, allora, gli disse che il più bel regalo che avrebbe potuto ricevere era vedere arrestato e giustiziato il crudele governatore Wazir Khan. L’imperatore tentennò e chiese tempo, ma il Guru Ji capì che egli non voleva e così abbandonò la corte di Bahadar Shah e partì per Nanderd. Qui incontrò un Bairagi, di nome Lachman Das, che divenne poi suo discepolo e cambiò il nome in Banda Singh Bahadur. Quest’ultimo, dopo aver sentito tutte le ingiustizie attuate dai Moghul, decise di punirli e liberare così il paese dal loro giogo.

Nel frattempo, Wazir Khan cercò di uccidere il Guru Ji. Assoldò due spie alle quali, in cambio di denaro, ordinò di portare a termine l’incarico. Un giorno, mentre il Guru Ji stava riposando, i due assassini lo pugnalarono ferendolo al fianco sinistro ma egli riuscì comunque a ucciderli. Vedendo il Guru Ji ferito, le guardie chiamarono un medico che lo curò mettendo dei punti nella zona lacerata.

Il giorno seguente il Guru Ji, ripresosi abbastanza bene, volle provare a usare un pesante arco per testare le proprie condizioni fisiche e quando ebbe preso una freccia e teso l’arco, i punti del medico saltarono e la ferita si riaprì. Il Guru Ji rifiutò di farsi curare ancora dicendo che era arrivato il momento per lui di andarsene. Prima di lasciare la vita terrena, disse loro di portare ilGuru Granth Sahib vicino a lui e dichiarò a tutto il Khalsa che il loro nuovo e definitivo Guru sarebbe stato il Guru Granth Sahib. Da quel momento in poi i Sikh dovevano fare ricorso solo alla parola divina e non ci sarebbe più stata una figura umana come.

Leave a Reply

Or

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Close
SEGUICI SU:
Waheguru Ji Ki Khalsa Waheguru Ji Ki Fateh